BONAGURI MAESTRO DELLA FOTOGRAFIA CHIMICA

Se qualcuno mi chiedesse chi mi ha insegnato qualcosa di definitivo nella mia vita, la mia mente andrebbe a mia madre e a mio padre; tuttavia in ogni svolta della mia esistenza qualcuno mi ha insegnato qualcosa e senza alcun dubbio Silvano é una di quelle persone
Con Silvano Bonaguri se ne va un punto di riferimento della fotografia chimica  poichè ha posto in essere un cambio di paradigma nella prassi dell’arte fotografica in un epoca in cui l’utilità sembra essere l’unico scopo, l’unico valore della vita e quindi anche della produzione delle immagini.
Bonaguri è stato soprattutto un ricercatore, un uomo di ricerca, non come operatore di un istituto di ricerca scientifica, ma nella dimensione dell’artigiano che vive la sua esistenza generosa immerso nell’avventura del suo lavoro, alla ricerca del ‘discourse’ della fotografia, interpretando il suo lavoro come atto di conoscenza, come veicolo esistenziale.

Non é mia intenzione tracciare un profilo di Silvano Bonaguri artista, peraltro ben noto a chi ha saputo fruire del suo lavoro e a quanti ne hanno saputo ampiamente quanto autorevolmente mostrarne la qualità.  Limiterò invece la mia attenzione a rintracciare, per poi ritracciare per grandi linee, il percorso intellettuale e materiale svolto da Silvano con la rivisitazione sistematica delle tecniche fotografiche ora obsolete e a sottolineare per schiarite la figura di una persona irreprensibilmente etica, votata allo studio e alla pratica assidua  con una continuità che non concede spazio allo spontaneismo e per elogiare la sua produzione di immagini-foto che attestano il rapporto indiscernibile tra realtà e immaginazione spesso con interventi di fantasia scientificamente radicata.
Un lavoro quello di Silvano conseguito per via di una confidenza acquisita mediante la consuetudine alla conoscenza delle procedure specifiche con una attitudine, un temperamento e una capacità a orientarsi nei testi lasciati dai pionieri della fotografia che ai nostri giorni non ha eguali.

 Studio della chimica fotografica
Lo studio della chimica fotografica richiede una scrupolosa messa a punto delle formule per la preparazione dei bagni specifici di ciascun procedimento.
Le formule spesso necessitano di essere interpretate e integrate a causa delle carenti informazioni spesso approssimate lasciate dai fotografi pionieri che proteggono la loro attività imprenditoriale avanzando il diritto al “segreto di mestiere”.
Infatti  lo studio della chimica fotografica che per necessità precede la produzione dei beni strumentali, richiede una scrupolosa messa a punto delle formule per la preparazione dei bagni specifici di ciascun procedimento.

Le formule chimiche per la preparazione dei bagni reperite nell’ambito di una ricerca accurata, vengono analizzate, comprese, sottoposte a interpretazione e talvolta integrate e/o manipolate secondo le esigenze.
Per approssimazioni successive le formule chimiche raggiungono la messa a punto desiderata per via di minuziose verifiche empiriche.
Processo questo costellato di non poche frustrazioni.

La produzione dei beni strumentali
  L’apparato tecnico in uso nella “camera oscura” idoneo per la riproduzione dell’immagine fotografica all’argento è inutile alla realizzazione di un programma di lavoro che richiede tutt’altro apparato che impone un adeguamento dello spazio e un rinnovamento dell’apparato strumentale. vale a dire la riprogettazione del laboratorio-studio da attrezzarsi con utensili non più reperibili sul mercato. Perciò Silvano Bonaguri si arrende alla necessità di produrre personalmente i beni strumentali atti all’uso richiesto dal suo programma di lavoro.
Il laboratorio viene sottoposto ad una radicale trasformazione: alla “camera oscura” si aggiunge lo spazio della “camera chiara”.
Gli strumenti necessari devono essere progettati e costruiti, e le procedure verificate sulla base euristica.
La produzione dei beni strumentali è condotta mediante lavori di carpenteria che per l’esatta semplicità della loro fattura e la conseguente esaltata funzionalità, risulta essere costituita da manufatti ammirevoli.
Oggetti che meriterebbero una collocazione nel Museo della Tecnica e del Progresso.

     Si incontrano costantemente difficoltà anche nel capire come funzionano gli strumenti da costruire seguendo le descrizioni così come si trovano nei documenti conservati nelle biblioteche, negli archivi e nei rari manuali di recente pubblicazione.
Il fatto é che le fonti reperite nei testi antichi, le indicazioni descritte a parole corredate talvolta con pochi e approssimativi disegni, trasmettono solamente alcuni elementi delle informazioni necessarie a capire come funziona lo strumento e in modo particolare per capire come il primo tecnico lo usasse, quali fossero le abilità possedute dagli artigiani che per primi lo costruirono e lo usarono.
Non é facile immaginare la quantità di problemi affrontati e degli ostacoli incontrati nell’individuare le soluzioni tecniche adottate da Silvano nella solitudine del suo studio-laboratorio, senza la possibilità di condividerli con colleghi o amici e soprattutto senza l’ausilio di quel contributo orale e visivo di cui Denys Diderot si avvalse a costo di fatica e nonostante le reticenze degli artigiani nel fornire indicazioni relative alla pratica del lavoro poichè allora erano gran parte celate nei “segreti del mestiere”, ma tuttavia utili al contenuto dell’Encyclopédie. [1]

Fatto sta che il lavoro di Silvano Bonaguri non sarebbe terminato con la costruzione del dispositivo trovata sulla descrizione desunta dai testi originali, se non dopo l’integrazione di quegli elementi celati dagli artigiani e dai designers delle origini che consentono il superamento dei problemi via via incontrati  nel corso della costruzione manuale del dispositivo.
Oltre alle difficoltà sopra accennate: la comprensione del funzionamento ed individuarne i modi per la costruzione dell’utensile e la rivisitazione delle formule chimiche , non va dimenticata la serie di rinuncie cui Silvano si è sottoposto nell’affrontare i costi dei mezzi di produzione da costruire e dei prodotti chimici e della carta apposita da trattare  o di altro servisse per rendere possibile la realizzazione di quell’immagine fotografica unico scopo della sua instancabile operosa vita di ricercatore.

 [1]   Pubbicati in un saggio del Prof. Carlo Poni sono ora ben noti i problemi incontrati e le  frustrazioni sofferte da Diderot così come é noto quanto spesso fosse contrariato per i risultati insoddisfacenti della sua indagine conoscitiva, afferma il Prof. Poni] .                                                         

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